| UN SECONDO FATALE - dal 2 dic 09 al 10 febb 2010 |
|
|
|
|
Un pomeriggio come gli altri che ha cambiato, in negativo, una piccola parte della mia vita. Era mercoledì 2 dicembre e, come ogni giorno dispari, ero nella sede della Uisp Campania con Carmen Maddaloni (responsabile campano di Peace Games) ed una dirigente d’una società natatoria salernitana. Dovevo andare dal custode dello stabile a chiedergli se gli avessero consegnato a lui le tessere della suddetta compagine. Purtroppo cado alla prima rampa. Non ricordo bene l’accaduto: se sono scivolato sul gradino o, involontariamente, volevo scenderne due in un colpo solo. La certezza è che mi sono ritrovato sul pianerottolo con il piede destro dolorante. Inizio a lamentarmi. Dal piano di sotto accorrono due persone che mi aiutano a rialzarmi e mi accompagnano nella sede della Uisp. I miei presagi non sono buoni, mentre i presenti cercano di rincuorarmi (sono sopraggiunti anche Alessandro ed Alberto).
Dopo aver analizzato la situazione decido di farmi accompagnare alla stazione della Metropolitana di Piazza Garibaldi. Qui salgo sul treno per Pozzuoli che, purtroppo, effettua il cambio a “Campi Flegrei”. Qui una ragazza ed il fidanzato mi aiutano a salire sull’altro convoglio. All’arrivo c’è la mia famiglia ad attendermi per andare all’ospedale “Santa Maria delle Grazie” dove la prognosi è peggiore rispetto alle aspettative: frattura del 5° metatarso, piede da ingessare così come la gamba sino a sotto il ginocchio (sino alla visita di controllo del 7 gennaio).
La tragedia è completa. Rientrare a casa è un problema: salire 86 scalini con un solo piede è un’impresa da non ripetere troppe volte. Di conseguenza avviso le società (Gma Phonica Pozzuoli, Centro Serapide Pozzuoli e Pontano Basket Napoli) che devo limitare al minimo le mie presenze. Da tutte ricevo massima comprensione e testimonianze d’affetto.
Inizia la mia clausura casalinga fatta di televisione (tanto sport e telefilm, telegiornali), internet e facebook. Le giornate sono sempre più lunghe. Il non poter uscire, sulla distanza, pesa anche perché ero, ormai, abituato allo schema caotico delle ultime settimane in cui tutto era programmato al secondo. Il lavoro occupa tante ore, ma non basta. Cerco di prendere tutta la situazione gioiosamente. So che i veri drammi sono altri (terremoti, alluvioni, attentati, omicidi, processi).
Il 4 gennaio mi reco ad un centro radiologico quartese per effettuare la radiografia di controllo. Il medico non si pronuncia, rimanda la decisione sul gesso all’ortopedico dell’ospedale. I presagi non sono buoni. Fortunatamente mi sbagliavo. Al “Santa Maria delle Grazie”, lo specialista toglie il gesso, mi prescrive 20 terapie e 10 giorni di carico assistito con stampelle e mi impedisce di riprendere a lavorare. Il lunedì inizio la riabilitazione nella sede quartese del Centro Serapide. Le prime sedute sono difficili, devo iniziare a mettere il piede a terra, ma un po’ il dolore, un po’ la paura non ci riesco. Il fisioterapista Alessandro è un martello continuo (ed ha fatto benissimo). Lentamente l’operazione riesce ed aumenta il carico di lavoro da svolgere, anche da solo, ma sotto la sua supervisione. I primi risultati mi rincuorano ad andare avanti ed a sopportare, con più piacere, la fatica. Superato il primo ostacolo Alessandro decide di togliermi un bastone: quello destro per caricare di più sul piede. Inizialmente non capisco la sua scelta, ma mi fido della sua esperienza e professionalità. Camminare è un po’ più complicato, ma riprovandoci tante volte ci riesco. Sono quasi a dama. Nell’ultima settimana mi libero dell’altro bastone. Sono finalmente giunto sul rettilineo conclusivo di questa “maratona”. Il 9 febbraio torno all’ospedale dove l’ortopedico constata la mia completa guarigione. L’esilio casalingo è terminato.
|


